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Una bella giornata

Milano, 18 luglio 2013, abbastanza caldo ed afoso ma non troppo. E’ metà pomeriggio. Arrivo trafelato nella sede di Avanzi e Make a cube per la presentazione della ricerca. Incontro subito Giulia Cugnasca di Make a Cube che mi fa esplorare la bella sede di questa realtà importante non solo per Milano ma per il paese. Stringo la mano a Davide Dal Maso, Presidente di Make a cube, che introdurrà la presentazione del rapporto di ricerca.
Non arrivano molto persone per la presentazione ma è importante iniziare a discutere di come il non profit possa ispirare molte pratiche aziendali anche rispetto alle aziende for profit ed alle grandi multinazionali.
La discussione si fa subito accesa ed appassionante.
Davide modera con grande padronanza il dibattito e conoscenza del settore non profit.
Ida Cappiello di Famiglia Cristiana cerca di capire se esistono ormai differenze tra i due settori: insisto nell’affermare che la motivazione e la leadership, in parte anche la creatività, sono “asset” connaturati all’azione di una non profit.
In questo periodo di confusione e non solo crisi, capire la direzione di marcia diventa cruciale per garantire la stessa sopravvivenza di ogni azienda.
Cinzia di Stasio dell’Istituto italiano donazione, è sulla mia personale linea d’ombra e afferma che il non profit ho ottimi professionisti che a volte non vengono valorizzati per il patrimonio di esperienze e competenze posseduto.
Concordo con Cinzia e le propongo il caso della Cooperativa Quetzal a Modica.
Una bella realtà di donne nella provincia più a sud d’Italia che si sono inventate imprenditrici, riscoprendo antiche ricette importate dagli spagnoli a Modica nel 1400 per produrre cioccolata.
La cooperativa Quetzal fa parte del circuito del commercio equo italiano, CTM.
Quetzal rifornisce di materie prime quali zucchero di canna e cacao, tra gli altri, anche il laboratorio-negozio di Bonajuto, un indirizzo sicuro per gourmet di tutto il mondo.
Sapete dove sta il bello di questa storia? Bonajuto finisce regolarmente sul Financial Times come indirizzo da non perdere a Modica ed in Sicilia!!
Questo è il non profit che vogliamo, imprenditoriale e non assistito, fatto di legalità e trasparenza, di motivazione e leadership.
Le meravigliose donne di Quetazal potrebbero insegnare tante cose ai nostri “manager”.
Ne sono certo.

COMUNICATO STAMPA

Le leve strategiche del management aziendale:
un confronto tra modelli di gestione e sviluppo del personale del for profit
e del non profit

Presentazione della ricerca di Community Centro Studi
Milano, 18 Luglio 2013 ore 17.00 presso Make a Cube, via Ampère 61/a

Introduce: Davide Dal Maso, Presidente di Make a Cube
Presenta la ricerca: Federico Spazzoli, Presidente di Community Centro Studi

La ricerca di Community Centro Studi rappresenta il naturale sviluppo della tesi formulata nel volume “Il personale nel non profit” ( Maggioli Editore 2010), nel quale gli autori, Federico Spazzoli e Francesco Liuzzi, affermano chiaramente che il non profit può insegnare alcuni temi della gestione del personale e organizzativa anche alle tradizionali aziende for profit.
Supporta queste affermazioni la ricerca, un lavoro di quasi due anni che ha coinvolto 38 aziende for profit e non profit di tutta Italia: da NokiaSiemens a Vodafone, da Alberto Guardiani a De Cecco, da Libera a Don Puglisi a Etica Sgr, attraverso interviste a dirigenti, coordinatori e più in generale figure aziendali che si occupano di gestione del personale.
L’analisi delinea un non profit che si avvicina, nella gestione tipica aziendale, alle PMI del nostro Paese. Vengono inoltre confermati alcuni asset intangibili del non profit, come la motivazione, quali elementi cruciali per lo sviluppo aziendale in contesti ormai multinazionali e fortemente articolati.
La creatività e la leadership rappresentano infine elementi caratteristici del non profit, riconosciuti da larga parte del mondo aziendale tradizionale. Motivazione, creatività e leadership sono da sempre elementi determinanti del non profit, anche a compensazione per le scarse risorse economiche, finanziarie e umane disponibili a budget.
L’esperienza del non profit dimostra dunque che è possibile fare molto con pochi mezzi e svolgere efficacemente attività aziendali strategiche, ad esempio il marketing, la direzione del personale e la direzione generale, senza avere a disposizione budget rilevanti.
Chi siamo
Community  è un’ associazione di promozione sociale, nata dalla volontà di un gruppo di professionisti di dedicare parte delle loro energie e competenze alla crescita dell’economia sociale. Noi ci rivolgiamo alle organizzazioni non profit per proporre percorsi innovativi di gestione e organizzazione, interventi formativi personalizzati e partnership su progetti di sviluppo industriale e commerciale.
Inoltre realizziamo ricerche e studi, in collaborazione con aziende profit e non profit, università e istituzioni, che condividiamo in eventi pubblici, con l’obiettivo di sviluppare modelli di best practices all’interno dell’economia sociale.

Info:
Giulia Cugnasca – Make a Cube: www.makeacube.com
Tel. 02 305160, email: info@makeacube.com
Federico Spazzoli – Community Centro Studi: www.centrostudicommunity.com
Tel. 347 0124372, email: federico.spazzoli@centrostudicommunity.com

Community e la Harvard Business Review

Sembra strano, quasi incredibile ma credetemi che è tutto vero!
Qualche anno fa, esattamente nell’aprile 2008, il sottoscritto e la cofondatrice, nonché Presidente di Community in quel momento, Roberta Maggioli, voliamo da Bologna a Londra per incontrare Mike Betts e soci della società inglese Better Thinking. Quest’azienda, attiva nel campo della consulenza strategica nel settore della comunicazione, del branding e del sustainable design, ha appena realizzato per John Smedley, un bellissimo sotto giacca da uomo e da donna, denominato “The perfect t-shirt”. Di cosa si tratta? E’ un progetto molto ambizioso ed unico nel suo genere che coniuga insieme sostenibilità ambientale e sociale e lusso. Il cotone con il quale è realizzato il prodotto proviene da una cooperativa peruviana appartenente al circuito del commercio equo e solidale.
La perfect t-shirt è progettata in Inghilterra, a Londra per la precisione, ed infine realizzata negli stabilimenti produttivi di John Smedley. Cosa c’è di originale in tutto questo?
Mike Betts e Mark Holt di Better Thinking ci ricevono nel loro studio nell’east end di Londra, dietro Liverpool Street e la city, in una zona della metropoli inglese multietnica ed in una sede che trasuda di rivoluzione industriale.
I due dirigenti inglesi, offrendoci la tradizionale tazza di te’, ci parlano di aziende come Timberland che stavano imboccando, alla fine del decennio scorso, la strada della sostenibilità ambientale in modo totale, ricercando continuamente , nel mercato mondiale, il cotone biologico per le proprie produzioni.
Un collega di una società di formazione, conosce Community nel 2010. Parlo a questa persona dei nostri progetti e delle attività realizzate nel corso degli anni e subito si appassiona all’argomento e mi invia alcuni link della versione on line della Harvard Business Review.
Ebbene, in un paio di numeri del 2010, si descrive la “conversione” alla sostenibilità di grandi multinazionali come Pepsi, Timberland, McDonald, Proctor &Gamble, General Electric ed altre.
In questo articolo si parla di leadership essenzialmente…….
Mi sorge un dubbio a questo punto: Community non è forse più avanti a riguardo della Harvard Business Review, rispetto a come debba intendersi la leadership ed il futuro dei modelli economici dominanti?
A me sembra francamente di si, scusate la modestia!

Sempre a proposito di management e manager: cambiamo il paradigma!

Robert Dahl, politologo americano di fama internazionale con cattedra a Yale, si poneva la domanda fondamentale, in un bel volume edito nel 1987 da Il Mulino, Democrazia o Tecnocrazia, su chi sarebbe stato l’ultimo e unico attore a prendere la decisione di una risposta nucleare americana rispetto ad un attacco di pari portata proveniente dall’esterno.

Dahl, per ragioni diverse e con argomentazioni differenti e convincenti, sosteneva che ne i politici ne i tecnocrati, sarebbero stati in grado, con le rispettive competenze e prerogative, di gestire un simile evento.

Poichè la politica rappresentativa ed i sistemi democratici europei sono in forte crisi, schiacciati da populismi di ogni genere, il cittadino può ritenere che il tecnocrate, il manager nella sua versione economico-finanziaria, sia l’unico soggetto in grado di gestire economia, istituzioni e società.

Max Weber in Politik als Beruf ci ricorda concetti fondamentali rispetto a questo paradigma, ovvero il ruolo cruciale della politica nella mediazione e nella ricerca di un interesse generale.

Possiamo quindi lasciare lasciare che i processi di decisione politica e le scelte tecniche siano ad appannaggio esclusivo di tecnocrati, nella loro versione attuale, ovvero di manager?

Probabilmente sarebbe meglio di no.

A proposito di leadership

Proprio ieri, sulle pagine di IL, supplemento de Il Sole 24 Ore, Sofia Ventura, assistente del Prof. Angelo Panebianco quando frequentavo la Facoltà di Scienze Politiche Internazionali a Forlì, ha chiaramente parlato di leadership nel contesto politico nazionale.

Un articolo interessante che va oltre la mera analisi delle virtù di un leader politico: riguarda, a mio parere, il mondo delle aziende, quello delle università ed il settore pubblico più in generale.

Ventura sostanzialmente afferma che il leader è colui che, oltre ad essere autorevole, si circonda di persone migliori di lui nei rispettivi ambiti di azione e non di collaboratori fedeli e, aggiungo io, asserviti a logiche di mera convenienza e potere.

Mi è capitato spesso invece di riscontrare nelle aziende for profit ed anche in organizzazioni senza scopo di lucro, la mancanza palese di guida, il non esprimere una visione strategica andando oltre il proprio specifico interesse, agendo in una logica di sistema e di servizio.

Quanto costa tutto questo in termini di efficacia ed efficienza nel medio-lungo periodo, quante energie umane ed intellettuali vengono bruciate, quante persone vengono sacrificate per questo ed infine che impatto ha sui conti di un’azienda il non essere leader da parte di alcuni dirigenti?

Molto direi, proprio in un momento storico nel quale sarebbe opportuno fare molto con poco, usare la creatività e l’innovazione per aggiornare i fattori ed i processi produttivi, sfruttare il talento di ogni singolo dipendente per migliorare il clima aziendale e la produttività.

Spero che la leadership e soprattutto il modo in cui si è leader e si diventa tali, divenga oggetto di un ampio dibattito scientifico e culturale nel nostro paese.

Federico Spazzoli

Il management di un’organizzazione senza scopo di lucro

Parliamo spesso di management, di quali virtù deve possedere chi amministra e gestisce un’azienda, sia questa a scopo di lucro oppure non profit, dei modelli ideali di manager, di misurazione della performance lavorativa.

Sfuggono alcune suggestioni ed idee che a mio parere dovrebbero essere tenute in grande considerazione per affrontare l’arte della gestione di ogni gruppo di persone. Innanzitutto la grande capacità di essere un riferimento ideale ed operativo per i collaboratori, la grande etica professionale da adottare in ogni fase lavorativa, la capacità di valorizzare al massimo il contesto e le persone che lavorano e collaborano in azienda, la prontezza nel cogliere le nuove tendenze e sfide che ci attendono ed infine la disponibilità a rischiare ed a mettersi in gioco continuamente.

Profilo ideale di un manager? Sfide per un futuro dirigente? Lezioni dalla crisi che sta rovinando le vite di molte persone e di un intero paese? Forse, ma non solo.

Pensare che l’unico obiettivo di una persona è fare carriera, come accade in molte aziende for profit, non aiuta la sostenibilità del sistema economico e peggiora spesso le condizioni lavorative delle persone. Arricchirsi facilmente ed adottare modelli di conservazione organizzativa e gerarchica è altrettanto dannoso per qualsiasi manager e azienda che non guardi solo al breve ma anche al medio-lungo periodo.

La sostenibilità economica ed ambientale, la soddisfazione delle persone e dei collaboratori, la creazioni di aree di benessere aziendale, l’empatia e l’ascolto dei collaboratori, la leadership diffusa e sviluppata, il continuo e costante rinforzo della motivazione e della creatività: sono queste le vere e nuove sfide di ogni moderno manager!

Le aziende non profit da sempre praticano alcuni di questi paradigmi! Ecco perchè il mondo for profit è spesso alla ricerca di una collaborazione con le aziende senza scopo di lucro!

Ed il non profit pare non essere molto consapevole di questo.

Federico Spazzoli

Costruire e consolidare un Centro di ricerca:è possibile con pochi soldi,tanta creatività e molta motivazione?

Il titolo può suonare un po’ strano,surreale,forse irrealizzabile. Non è così. Quello che abbiamo fatto in oltre dieci anni di attività dimostra che si possono realizzare concretamente iniziative di ricerca,consulenza ed alta formazione partendo da un gruppo di professionisti che hanno ben chiari gli obiettivi finali della loro azione.

Missione e visione? Questi due elementi sono certamente determinanti nel creare un progetto attorno al quale aggregare persone che hanno percorsi professionali alquanto diversi.
Strutturare un chiaro piano di medio-lungo periodo è la condizione essenziale per la realizzazione del progetto.

Il prodotto quanto conta in un Centro Studi? Molto,moltissimo direi. In questo caso intendiamo azioni di ricerca e consulenza,formazione manageriale, pubblicazioni, lobbying istituzionale ed aziendale. Senza prodotti di alto profilo, scientifico e tecnico, risulta difficile chiedere ed ottenere anche semplici colloqui di presentazione ed azioni di proposta commerciale.

Il famoso “networking”? Fondamentale! Avere poche risorse a disposizione, finanziarie e personali, rende cruciale l’individuazione di punti di riferimento: sto parlando di persone fisiche che diventano agenti di promozione del lavoro del centro sul territorio e validissimi collaboratori per la discussione scientifica che precede ogni azione e lavoro del Centro stesso.

Infine……. molta determinazione! In fondo ogni percorso ed azione strutturata, dalla più semplice a quella più articolata e complessa, richiede un grande sforzo di immaginazione e proiezione sul futuro, l’uso razionale delle risorse a disposizione, la creazione di un gruppo di lavoro, molta motivazione e leadership.

Federico Spazzoli

La formazione decentrata per l’economia sociale, ovvero la valorizzazione delle eccellenze produttive di questo paese

Alcuni anni fa siamo partiti con l’organizzare momenti formativi eterogenei in Emilia-Romagna ed in Abruzzo, convinti che il mondo aziendale, tradizionale e non profit, potesse avere proprio nel territorio di riferimento, alcune eccellenze produttive ed organizzative. Non siamo stati delusi dagli attori economici e sociali che abbiamo incontrato!

In fondo è stata anche una scelta “democratica” e “dal basso” ovvero permettere ad alcune aziende che operano in territori decentrati, l’accesso a processi formativi strutturati che valorizzassero al contempo il territorio e facessero riflettere sul loro modo di fare azienda.

Questi incontri e confronti non sono mai banali e riservano numerose e belle sorprese.

In Abruzzo, per esempio, abbiamo incontrato un amico e grande professionista che ha introdotto il controllo di gestione in un’associazione di volontariato! Cose da non credere!
Sempre in quella meravigliosa terra, ho svolto un seminario formativo con una mamma che non si è arresa all’handicap della figlia ed ha organizzato, ad Ortona, un bellissimo laboratorio di riciclo e creazione di prodotti di carta, al servizio della comunità locale e di alcune aziende della zona.

In Emilia-Romagna invece siamo rimasti basiti quando, pensando di avere un pubblico di aziende non profit tradizionali come le cooperative e le associazioni di volontariato, l’aula è stata riempita prevalentemente da AUSL, Comuni,Provincie, Associazioni di categoria, Centri di formazione e professionisti! Ne sono nate bellissime discussioni e grandi collaborazioni tra pubblico e privato, for profit e non profit.

Percezioni ed esigenze diverse in giro per l’Italia rispetto al non profit? Forse si, ma anche grande voglia di confrontarsi e creare rete, ripensare i fattori produttivi in modo nuovo e creativo.

Federico Spazzoli

Fund raising,ovvero raccolta fondi per le ONP?

Ciao a tutti. Con questo primo messaggio, lo staff del Centro Studi inizia a proporre alcuni temi di dibattito e riflessione sul management delle aziende for profit e non profit.

Siamo un ponte tra i due mondi,quello aziendale tradizionale e le organizzazioni per il cambiamento umano, come le definisce Peter F. Drucker, e vogliamo costruire solide pratiche e legami tra questi due paradigmi organizzativi e concettuali.

Inizierei da un tema che ha occupato una parte del dibattito scientifico e manageriale del mondo non profit negli ultimi quindici anni nel nostro paese: il fund-raising, ovvero la raccolta fondi!

Pensate che sia davvero efficace investire risorse nel raccogliere fondi? Quante cause,tutte nobili ovviamente,esistono in Italia e perché dovrei,io cittadino, devolvere soldi solo ad una di queste? E’ opportuno parlare di comunicazione sociale e quindi di fund raising come appendice finale di un importante e complesso processo interno dell’organizzazione piuttosto che impostare campagne di fund raising senza conoscere fondamentali elementi di gestione aziendale interna,di gestione e sviluppo del personale e dei volontari e di molto altro?

Purtroppo si è diffusa, in molte organizzazioni del terzo settore italiano, l’idea che sia necessario e sufficiente svolgere attività di raccolta fondi per assicurare un futuro alla ONP stessa.

Molto sbagliato e molto pericolo! Noi, come Centro Studi, lavoriamo molto sul prodotto e sul progetto dell’organizzazione,sulla sua visione e missione: non consideriamo mai i classici e ormai obsoleti strumenti di fund raising.

Risultato finale di questo approccio? Le ONP si interrogano e decidono di lavorare sul processo organizzativo endogeno ed esogeno che poi,se ben strutturato,porta le non profit stesse a lavorare meglio nel quotidiano,incrementando le occasioni di sviluppo operativo ed economico.

Federico Spazzoli

Gestione del personale, stai a vedere che il non profit insegna alle multinazionali? Una ricerca di Community presentata in Bottega del Mondo a Forlì, tra un cioccolatino (equosolidale) e l’altro

Lo scorso weekend abbiamo veramente messo insieme l’utile e il dilettevole…ovvero cioccolato e ricerca sociale! Il tutto in una cornice che non poteva essere più adatta, la Bottega di Altromercato a Forlì, nostri grandi amici. C’era tantissima gente, bambini delle scuole, famiglie, volontari della Bottega, gente di passaggio. Tutti ad assaggiare il delizioso cioccolato di Modica della cooperativa Quetzal…anzi più che assaggiare, farne una scorpacciata, soprattutto i bimbi!

Poi siamo passati alle cose serie (si fa per dire, anche il cioccolato è serissimo, soprattutto se equosolidale): il nostro presidente Federico Spazzoli ha presentato l’ultima fatica del Centro Studi, la ricerca “Le leve strategiche del management aziendale: un confronto tra modelli di gestione e sviluppo del personale del  for profit e del non profit” . Intervistando 38 organizzazioni, dimostriamo che il non profit la sa molto più lunga del profit quando si tratta di persone  (cioè la cosa più importante, anche nel  business): sa  motivare, sa esprimere leader senza gerarchie, rende creativi e innovativi. Sarà la spinta ideale, sarà che i pochi soldi aguzzano l’ingegno, fatto sta che nel campo delle risorse umane le imprese sociali sanno fare meglio delle multinazionali. Leggere per credere.

Per saperne di più: www.centrostudicommunity.com