Sempre a proposito di management e manager: cambiamo il paradigma!

Robert Dahl, politologo americano di fama internazionale con cattedra a Yale, si poneva la domanda fondamentale, in un bel volume edito nel 1987 da Il Mulino, Democrazia o Tecnocrazia, su chi sarebbe stato l’ultimo e unico attore a prendere la decisione di una risposta nucleare americana rispetto ad un attacco di pari portata proveniente dall’esterno.

Dahl, per ragioni diverse e con argomentazioni differenti e convincenti, sosteneva che ne i politici ne i tecnocrati, sarebbero stati in grado, con le rispettive competenze e prerogative, di gestire un simile evento.

Poichè la politica rappresentativa ed i sistemi democratici europei sono in forte crisi, schiacciati da populismi di ogni genere, il cittadino può ritenere che il tecnocrate, il manager nella sua versione economico-finanziaria, sia l’unico soggetto in grado di gestire economia, istituzioni e società.

Max Weber in Politik als Beruf ci ricorda concetti fondamentali rispetto a questo paradigma, ovvero il ruolo cruciale della politica nella mediazione e nella ricerca di un interesse generale.

Possiamo quindi lasciare lasciare che i processi di decisione politica e le scelte tecniche siano ad appannaggio esclusivo di tecnocrati, nella loro versione attuale, ovvero di manager?

Probabilmente sarebbe meglio di no.

A proposito di leadership

Proprio ieri, sulle pagine di IL, supplemento de Il Sole 24 Ore, Sofia Ventura, assistente del Prof. Angelo Panebianco quando frequentavo la Facoltà di Scienze Politiche Internazionali a Forlì, ha chiaramente parlato di leadership nel contesto politico nazionale.

Un articolo interessante che va oltre la mera analisi delle virtù di un leader politico: riguarda, a mio parere, il mondo delle aziende, quello delle università ed il settore pubblico più in generale.

Ventura sostanzialmente afferma che il leader è colui che, oltre ad essere autorevole, si circonda di persone migliori di lui nei rispettivi ambiti di azione e non di collaboratori fedeli e, aggiungo io, asserviti a logiche di mera convenienza e potere.

Mi è capitato spesso invece di riscontrare nelle aziende for profit ed anche in organizzazioni senza scopo di lucro, la mancanza palese di guida, il non esprimere una visione strategica andando oltre il proprio specifico interesse, agendo in una logica di sistema e di servizio.

Quanto costa tutto questo in termini di efficacia ed efficienza nel medio-lungo periodo, quante energie umane ed intellettuali vengono bruciate, quante persone vengono sacrificate per questo ed infine che impatto ha sui conti di un’azienda il non essere leader da parte di alcuni dirigenti?

Molto direi, proprio in un momento storico nel quale sarebbe opportuno fare molto con poco, usare la creatività e l’innovazione per aggiornare i fattori ed i processi produttivi, sfruttare il talento di ogni singolo dipendente per migliorare il clima aziendale e la produttività.

Spero che la leadership e soprattutto il modo in cui si è leader e si diventa tali, divenga oggetto di un ampio dibattito scientifico e culturale nel nostro paese.

Federico Spazzoli

Il management di un’organizzazione senza scopo di lucro

Parliamo spesso di management, di quali virtù deve possedere chi amministra e gestisce un’azienda, sia questa a scopo di lucro oppure non profit, dei modelli ideali di manager, di misurazione della performance lavorativa.

Sfuggono alcune suggestioni ed idee che a mio parere dovrebbero essere tenute in grande considerazione per affrontare l’arte della gestione di ogni gruppo di persone. Innanzitutto la grande capacità di essere un riferimento ideale ed operativo per i collaboratori, la grande etica professionale da adottare in ogni fase lavorativa, la capacità di valorizzare al massimo il contesto e le persone che lavorano e collaborano in azienda, la prontezza nel cogliere le nuove tendenze e sfide che ci attendono ed infine la disponibilità a rischiare ed a mettersi in gioco continuamente.

Profilo ideale di un manager? Sfide per un futuro dirigente? Lezioni dalla crisi che sta rovinando le vite di molte persone e di un intero paese? Forse, ma non solo.

Pensare che l’unico obiettivo di una persona è fare carriera, come accade in molte aziende for profit, non aiuta la sostenibilità del sistema economico e peggiora spesso le condizioni lavorative delle persone. Arricchirsi facilmente ed adottare modelli di conservazione organizzativa e gerarchica è altrettanto dannoso per qualsiasi manager e azienda che non guardi solo al breve ma anche al medio-lungo periodo.

La sostenibilità economica ed ambientale, la soddisfazione delle persone e dei collaboratori, la creazioni di aree di benessere aziendale, l’empatia e l’ascolto dei collaboratori, la leadership diffusa e sviluppata, il continuo e costante rinforzo della motivazione e della creatività: sono queste le vere e nuove sfide di ogni moderno manager!

Le aziende non profit da sempre praticano alcuni di questi paradigmi! Ecco perchè il mondo for profit è spesso alla ricerca di una collaborazione con le aziende senza scopo di lucro!

Ed il non profit pare non essere molto consapevole di questo.

Federico Spazzoli